Nelle ultime settimane una persona mi ha detto che ciò che di più bello ci portiamo dietro dai nostri viaggi sono le cose che abbiamo imparato. Questa affermazione mi ha fatta riflettere perché mi sono resa conto di non aver mai raccontato, per intero e con calma, il mio anno trascorso sull'isola di Nias, in Indonesia.
Quindi questa sera mi siedo davanti al pc, con una tazza di the alla cannella e provo a rievocare quelle esperienze, quelle persone, quei gesti che tanto mi hanno segnata e che mi hanno portata ad essere la persona che sono oggi.
Dova si trova l'isola di Nias e come ci sono arrivata
Nias è una piccola isola di fronte a Sumatra, in Indonesia.
Nel 2014, presa dalla mia costante insoddisfazione di quello che la vita mi offriva a Milano, ho deciso di candidarmi per partecipare al servizio civile. Offrivano una posizione proprio a Nias per la durata di un anno.
Nel mio immaginario l'Indonesia era sempre stata solo l'isola di Bali con le sue spiagge, il mare meraviglioso e la sua atmosfera magica. Nella vita reale però mi sono ritrovata su una piccola isola molto differente che ancora stava cercando di salvarsi da tutto quello che lo tsunami del 2004 aveva distrutto. Quando sono arrivata la prima cosa che è ho pensato è stata proprio: ''ok.. dove sono finita? sono davvero sicura di voler restare qui per un interno anno?''
Avevo imparato qualche parola di Bahasa Indonesia durante il corso di due settimane frequentato a Yogjakarta prima di essere catapultata nel multiverso.
Sapevo dire come mi chiamavo, dove abitavo, sapevo contare e chiedere quanto costa: le frasi basilari per riuscire a sopravvivere in un luogo dove nessuno parla la tua lingua.
Il primo giorno a Nias
Il giorno in cui sono arrivata sull'isola lo ricordo come se fosse ieri. Dall'aeroporto di Medan (Sumatra) con un piccolo aereo sono atterrata nel minuscolo aeroporto di Binaka, nei pressi della città di Gunungsitoli. Ricordo che il mio volo sarebbe dovuto essere due giorni prima della data reale di arrivo ma che le condizioni del cielo non permettevano all'aereo di decollare perché il fumo derivato dagli incendi delle piantagioni di palma da olio era talmente scuro da non concedere visibilità.
Una volta atterrata ricordo l'umidità che mi ha avvolta. Quel caldo talmente denso che ti si ferma il respiro per un attimo. Ho iniziato a sudare subito. Io nei miei abiti occidentali con tanto di felpa.
Sono venuti a prendermi, abbiamo caricato le valigie e siamo partiti su un piccolo van scassato mentre suonava ''Wild World'' di Cat Stevens a tutto volume. L'aria condizionata era a manetta e fuori dai finestrini sfrecciava il verde lussureggiante della giungla con la sue palme.
Bahasa Indonesia
Non riuscivo a comunicare come volevo perché la mia conoscenza della lingua era ancora a livello elementare. Non potevo parlare in italiano con nessuno. Non c'erano turisti per poter parlare in inglese. Nessuno parlava inglese.
Questa era la situazione durante le prime settimane. Ricordo una volta di aver telefonato a casa e di essermi arrabbiata con mia mamma dicendole che questa impossibilità di comunicare mi creava molto disagio.
Questo è stato il primo muro da sorpassare, da buttare giù. La barriera linguistica. Dopo giorni di silenzio mi sono accorta che l'unico modo per scavalcarlo quel muro era mettermi a studiare i vocaboli, 20 vocaboli da imparare ogni giorno, questo era il compito che mi ero data. 20 vocaboli da memorizzare e da ripassare insieme ai bambini della casa presso cui vivevo.
Chiedevo di ripetermi la parola arcobaleno - pelangi, la parola spiaggia - pantai, la parola gatto - kucing infinite volte per impararne la pronuncia corretta.
Mi sentivo tutto stretto e volevo comunicare con chi mi stava intorno. Andavo al mercato e quando mi dicevano il conto ''lima ribu lima ratus lima puluh lima'' stavo ferma per cinque minuti con lo sguardo perso mentre cercavo di visualizzare nella mia mente il corrispondente italiano ''cinquemila cinquecento cinquantacinque''.
Viaggio dentro me stessa
A poco a poco iniziavo a volere bene alle persone che mi ruotavano intorno ogni giorno. Imparavo a conoscerle e loro imparavano a conoscere me.
Ogni giorno che passava mi rendevo conto che stavo diventano un pò più selvatica. Quando avevo fatto la pipì in qualche buco nella terra tra gli alberi a casa di qualcuno, quando avevo mangiato la frutta con le mani, quando non mi preoccupavo di quanto i miei vestiti fossero sudati o bagnati per la pioggia dopo un lungo viaggio in motorino da costa a costa. Mentre dormivo con sconosciuti nella cabina di una nave per andare a Sibolga a rinnovare il visto o mentre prendevo i ragni con le mani per buttarli fuori dal sacchetto della frutta.
Ho pianto tanto mentre ero via. Ho pianto perché mi mancava casa, perché mi mancavano i miei amici. Ma soprattutto ho pianto perché più passavano i mesi e più capivo quanto fossi fortunata ad avere la vita che avevo.
Durante le visite domiciliari con per il progetto CBR (Community-based rehabilitation) ho conosciuto famiglie e bambini che non possedevano niente se non una piccola casa con il pavimento di terra. O che avevano disabilità che avrebbero dovuto portarsi dietro per sempre.
Durante il giorno stavo insieme a loro e sorridevo e la sera, quando tornavo a casa, nella mia stanza minuscola sotto una zanzariera a cupola, piangevo. Piangevo con il naso che mi colava. Perché non era giusto niente.
Sampai kita bertemu lagi - Arrivederci!
Mi sono portata a casa tutte le persone che erano lì con me ogni giorno. I loro sorrisi e i loro pianti. I loro abbracci. Mi sono portata a casa tutti voi perché siete stati la parte più importante di quel viaggio pazzo nel diverso. Siete stati la mia luce, mi avete guidata, mi avete insegnato a parlare (per davvero!), mi avete aiutata a capire che possiamo chiamare casa il nostro posto del cuore. Mi avete insegnato che niente è come sembra, che un bambino di 6 anni con solo 3 dita può parlare con una ragazza sordo-muta. Mi avete insegnato che i gesti valgono più di qualsiasi altra cosa. Che gli occhi parlano. Che la presenza è sufficiente. Che non serve avere tutto per essere felici ma che la serenità dobbiamo cercarcela dentro, senza fremere nella ricerca di cose materiali ma desiderando di ricevere quel qualcosa che troppe volte ancora manca, come l'educazione scolastica, l'affetto di un genitore, di un amico, la possibilità di imparare a leggere e scrivere.
Tutto quello che io posso avervi insegnato in quei mesi non è nulla di paragonabile a quello che voi avete insegnato a me!
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